La scultura funeraria e il cimitero di Staglieno

Quando, con l’Editto di Saint-Cloud, il governo francese obbligò i cittadini della Repubblica Ligure a costruire luoghi per i sepolcri lontano dai centri abitati, trovò varie resistenze. Le sepolture avvenivano soprattutto negli edifici sacri, con tombe più o meno importanti per gli alti prelati, per i nobili o per i borghesi più ricchi mentre la gente comune, anonima nella morte come nella vita, poteva fruire delle fosse comuni poste solitamente sotto i pavimenti delle chiese: varie monete per un uomo, qualcuna in meno per una donna, poche per i bambini, erano il prezzo del rito. I personaggi importanti, o coloro che possedevano una cappella come tomba di famiglia, cercarono e ottennero, per un lungo periodo, deroghe al decreto.

Finita l’avventura repubblicana e annessa la Liguria al Regno di Sardegna, nel 1832 l’obbligo di creare i cimiteri esterni alla città tornò alla ribalta con le “Regie Lettere Patenti” che si rifacevano a quelle più antiche del 1777. Nel frattempo, anche Genova era cambiata. La sua struttura, con le antiche caratteristiche, era stata trasformata in chiave neoclassica. Il popolo borghese prendeva coscienza del suo valore e del suo peso nel governo e nel mantenimento della città. Si diffondeva il desiderio di lasciare qualcosa oltre la morte, qualcosa di duraturo e di tangibile.

Il monumento funebre era stata, per i ceti più abbienti, una sorta di dimostrazione di “status” e, nonostante la stampa satirica non risparmiasse ironia al riguardo, nel “Giorno dei defunti” divenne un rito obbligato recarsi in visita al camposanto, ovviamente con abiti rigorosamente alla moda.

Alla moda, doveva essere anche il monumento celebrativo, affidato agli artisti più in voga, per la maggior parte formatisi alla scuola di Santo Varni e dei suoi contemporanei, all’epoca docenti dell’Accademia ligustica di belle arti di Genova. Varni, ad esempio, aveva frequentato anche la scuola del Bartolini, a Firenze: era inevitabile che trasmettesse ai suoi discepoli quel gusto raffinato per il neoclassicismo che egli stesso aveva ereditato dal suo maestro toscano.

La scultura si evolveva assieme ai concetti sociali, allo sviluppo delle nuove idee che, nella scuola dei Grigi e dei Macchiaioli, cercheranno nella pittura una nuova forma espressiva. Cambiava il concetto di letteratura. Dopo le idee illuministiche, dopo il Romanticismo in tutte le sue sfaccettature e correnti, il Naturalismo francese di Zola diviene, in Italia, il Verismo del Verga. Anche la musica cambia: dallo stile verdiano e classico si scivola verso le nuove interpretazioni, a livello internazionale, dei suoni legati ai ritmo delle nuove culture e l’idea di scultura si evolve e muta, lasciando spazio ai nuovi temi. Il gusto del dettaglio raffinato, che trasformava il marmo in una trina o in un velluto; la lacrima scolpita  su una guancia; gli occhi e le posture che esprimono un dolore intenso ma composto, volto alla devozione ed alla preghiera; le famiglie raccolte attorno al letto di chi muore, lasciano spazio ad una forma nuova.

Il trasformare un monumento funerario in una sorta di scena teatrale era stato un’idea innovativa. Drappeggi, cuscini, fiori, simboli del lavoro quotidiano e della consuetudine della vita avevano una notevole importanza per ricordare in cosa si era distinta la persona sepolta. Numerosi i richiami, attraverso dolenti in preghiera o in atto di devota gratitudine, per i benefattori dei ceti più deboli, degli orfani, dei derelitti in genere. Varie, le simbologie tratte dalla cultura religiosa che però trovano, nell’espressione artistica, un superamento dell’immagine legata al culto, per divenire linguaggio di pura realtà.

Superata la fase neoclassica e realista, si incontra, nel Liberty, una forma quasi ossessiva e sconvolgente dell’interpretazione della morte. Il dolore non è più chiuso e contenuto nel conformismo, ma è gridato e denudato in tutta la sua vertigine. Non più abiti composti e trine ad inguainare e a nascondere le forme, ma corpi ben torniti e spesso sensuali, in atteggiamenti tesi ed esasperati nella sofferenza, assorti e pervasi di languore, sottolineati ed esaltati dai sottili veli e dalle volute dei lunghi capelli femminili, dai fiori recisi, dalle profonde ombre che segnano la scultura.

Il ricco imprenditore borghese, raggiunta l’agiatezza col duro lavoro, è finanziariamente alla pari, se non più in alto, dell’aristocratico di antico lignaggio. Però, gli manca il substrato del patrimonio culturale. Nella scelta di chi dovrà creare nel marmo il suo ricordo il più possibile immortale, deve perciò affidarsi al nome di grido ed alla scelta estetica di chi va per la maggiore. Si crea, così, a lungo andare, una sorta di cristallizzazione dei lavori. Inoltre, la maggior parte degli artisti del campo cimiteriale non ha confronti e scambi con coloro che operano nel campo della scultura “civile”, facilitando l’impoverirsi delle idee e dei progetti.

Finita, trasferita all’estero o invecchiata la schiera dei “grandi”, molte creazioni sono ormai eseguite da abili scalpellini che hanno la capacità di allestire grandi laboratori, con numerosi operai. Nasce la lavorazione in serie anche per gli articoli funebri. A questo, ha probabilmente contribuito – come spiega Franco Sborgi – la massificazione della morte, derivata dalle stragi della prima guerra mondiale, quando il monumento alla memoria diviene mezzo per ricordare gli eroi.  La tomba singola perde importanza e la morte diventa un fatto personale, intimo; non si ostenta più nulla della vita ormai passata. Compaiono le lapidi, le statue sono meno numerose e meno appariscenti e le cappelle di famiglia si distinguono per la struttura sobria e per le pietre scelte per l’edificazione.

Si può dire che la storia di Staglieno inizi nel 1837, quando Giovanni Battista Resasco, allievo di Carlo Barabino, gli subentra nell’incarico di Architetto civico e avvia la costruzione della struttura cimiteriale che aveva già visto, negli anni precedenti, varie proposte. Lo studio del lavoro, dalle sue origini ad oggi, richiederebbe l’impegno di una tesi di laurea. Importante, ora, è evidenziarne l’armonia architettonica, rimasta nel tempo nonostante gli inevitabili rimaneggiamenti legati all’aumento della popolazione e alle diverse concezioni di vita e quindi di rapporto con la morte stessa.

Spunto per la ricerca è stato il desiderio di inserire nel giusto contesto la figura dello scultore Giacomo Moreno, nato a Ceriale il 3 dicembre 1832 e qui morto il 25 giugno 1910. Per lui, la nostra associazione aveva organizzato, in collaborazione con il Comune e la Confraternita parrocchiale, una mostra fotografica relativa alle sue opere e una giornata di studio. È stato in quell’occasione che abbiamo visto Staglieno con occhi nuovi. La possibilità concessaci di fotografare, ci aveva obbligati ad osservare, ad assimilare particolari e simboli che ogni artista ha propri, sì da riconoscerne, a colpo d’occhio, le firme. È stato così che abbiamo potuto seguire, in quell’inusuale museo, in un continuum logico e storico, l’evoluzione del pensiero, del gusto e delle abitudini non solo degli artisti ma anche dei Genovesi.

Visitare Staglieno è una scoperta. È realmente un museo all’aperto, nel quale si trovano rispecchiati gli usi ed i costumi di un secolo e più di vita cittadina, dal modo di vestire, alle suppellettili, ai pregiudizi civili e religiosi, che hanno portato alla separazione del cimitero protestante da quello cattolico e da quello ebraico. L’importanza di essere qualcuno almeno nella morte, il bisogno di dimostrare di possedere finalmente “di più”, tanto da salire nella scala sociale.

Sono trascorsi ormai vari anni dall’ultima nostra visita. Chissà se è stato possibile ripulire dallo smog le statue divenute penosamente scure e restaurare la Cappella del Suffragio, costruita dopo l’approvazione del 22 aprile 1840 allo scopo di accogliere, a futura memoria, le spoglie dei personaggi illustri quali Stefano Canzio, Carlo Barabino, Camillo Sivori e numerosi altri che si sono distinti nel campo del lavoro, delle arti e delle attività sociali e culturali. C’è da augurarsi che, in questo clima di ristrettezze e di trascuratezza verso ciò che costruisce le nostre valenze culturali ed artistiche, le varie amministrazioni si rendano conto dell’importanza non solo morale del Cimitero di Staglieno, unico nel suo genere, anche a livello internazionale.

(di Ferdinanda Fantini)

Bibliografia:

  • Caterina Olcese Spingardi – La scultura – in “Il mito del moderno. La cultura Liberty in Liguria” – a cura di Franco Sborgi – 2003 – Fondazione Cassa di Risparmio di Genova e Imperia – Microart’s – Genova Recco
  • Franco Sborgi – “Staglieno e la scultura funeraria ligure tra Ottocento e Novecento” – 1997 – Artema – Torino
  • AAVV, “La scultura a Genova e in Liguria dal Seicento al Primo Novecento” – a cura di Franco Sborgi – Cassa di Risparmio di Genova e Imperia
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