San Calocero, un tesoro dell’albenganese

Ecco un documentato, interessante e “godibile” a livello iconografico volume su uno dei numerosi complessi archeologici, quello di San Calocero al Monte. Un insieme di elementi (chiesa e monastero) utilizzati per più di quindici secoli (il suo uso si estende dal I d.C. sino al XVI secolo), che il team di esperti, nella fattispecie Giuseppina Spadea Noviero, Philippe Pergola e Stefano Roascio (con il contributo di numerosi altri importanti specialisti dei vari settori di ricerca) hanno preso in esame, regalandoci un’opera di indubbio valore scientifico, ma anche di estrema piacevolezza espositiva e visiva.
Viene preso in esame il culto di San Calocero (martire romano, di non certissima origine e luogo di sepoltura) e l’evolversi nei secoli dell’uso del complesso, che Nino Lamboglia, con l’intuizione sul valore dei siti che ha sempre contraddistinto il suo operare, iniziò ad esplorare sin dal 1934. La lettura è accompagnata da numerose foto d’epoca che ci riportano al periodo pionieristico in cui il Lamboglia operò ed alle successive ricerche, sempre in costante “concorrenza” con la pressione antropica e l’intensa attività edilizia.
La Via Julia Augusta, importante asse di viabilità tra l’antica Albingaunum romana e la Gallia, ha probabilmente influenzato l’ubicazione del complesso tardo antico di San Calocero (e numerosi rinvenimenti di epigrafi romane e ceramiche galliche durante gli scavi ce lo testimoniano) e il suo ininterrotto uso ed ampliamento durante il periodo altomedioevale, chiaramente testimoniato dal ritrovamento di plutei, archivolti e capitelli di VI e VII secolo. Ulteriore documentazione sono le sepolture ritrovate in situ, che se da un lato testimoniano la continuità del culto, dall’altro ci raccontano anche di un probabile ridimensionamento del complesso nell’alto medioevo, dovuto forse alle razzie dei saraceni sulle coste e nell’immediato retroterra. Non mancano i rilevamenti “curiosi”, ad esempio quello legato al passaggio in loco di un pellegrino di Santiago di Compostela (in una sepoltura è stato trovato una conchiglia, il Pecten Jacobeus, nel punto in cui era posizionata la testa – segno evidente che la medesima era cucita sul cappello del pellegrino) oppure la chiara testimonianza di una mensa comunitaria e pauperistica, coesistente con un’altra ben più opulenta (monaci semplici e abati?).
Nel 1593 c’è l’abbandono della struttura ed il trasferimento del convento all’interno della città murata, in seguito all’ordine impartito dal visitatore apostolico Nicolò Mascardi, che ritenne inadeguato l’antico monastero e ne ingiunse la riedificazione presso l’antica chiesa urbana di San Lorenzo.
L’ampia area ha ora una sistemazione definitiva, che ne consente la fruizione al pubblico in un percorso affascinante, in cui si possono chiaramente distinguere (in ciò aiutati da numerosi pannelli esplicativi) le evoluzioni costruttive e di uso attraverso i secoli.
(gieffegi)

AA.VV. : “Albenga, un antico spazio cristiano. Chiesa e Monastero di San Calocero al Monte”
Editore Fratelli Frilli – Genova 2010 – pp. 344

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