Diario dei Mille: un ligure e un toscano a confronto

L’incontro con “I Mille” di Giuseppe Bandi è stato casuale e piacevole. Una vera scoperta. Già all’inizio, la narrazione ha un segno inequivocabile di quello che sarà il suo carattere: non voli pindarici, non canti alla patria o agli eroi. L’autore si rivolge a chi legge con una precisazione chiara e netta: non creda, questi, che si parli di cose non vissute in prima persona. Non pensi che i fatti siano abbelliti o ritoccati. Sarà la realtà, nel bene e nel male. Solo per pochi episodi, non vissuti, ricorrerà all’aiuto di amici fidati e sinceri. Non tratterà delle vicende più famose, perché troppo sfruttate e note.
Ovviamente, si tratta di elaborazioni di appunti presi durante l’avventura dei Mille, rimasti poi nel cassetto per – dice l’autore – ventisei anni. Garibaldi, il “grande vecchio” cui era affezionato come un figlio, al momento della trascrizione è morto da tempo. Il suo aiutante di campo ne sentirà la mancanza sin che vivrà. I due si erano conosciuti durante le precedenti campagne, e avevano imparato a rispettarsi e a stimarsi. Quando il generale lo richiama presso di sé, il sottotenente, senza tanti rimpianti, lascia l’esercito regolare e fugge a Genova, all’appuntamento di Villa Spinola. Unica precauzione, una lettera indirizzata al suo colonnello, per chiedergli di non considerarlo disertore.
La scrittura del racconto è rapida, intensa, asciutta. Bandi difficilmente indulge in strappi poetici o enfatici. Il suo è un narrare moderno, anche se, spesso, come era d’uso, personaggi o paesi gli risvegliano note di cultura classica o religiosa, che gli servono sovente per creare una sua ironia, tutta toscana. Ed è il parlare toscano, con i suoi intercalare, con le sue interiezioni, che personalizza la storia. Bandi non scrive per i letterati e per la gente di cultura. L’impressione è che le sue righe siano indirizzate alla gente del popolo; quella stessa gente a cui, più di una volta, aveva indirizzato discorsi commemorativi o di propaganda. Questa è una delle grandi differenze fra lui e l’altro scrittore dei “Mille”, Giuseppe Cesare Abba. Il primo toscano, l’altro ligure della Valle Bormida. L’uno, cresciuto all’ombra del granduca di Toscana, l’altro con le idee liberali lasciate in valle dai Francesi e coltivate dal suo grande maestro, il padre scolopio Canata. Grazie alle sue idee, Bandi perse la cacciata di Leopoldo II: era infatti in cella, prigioniero perché reclutatore mazziniano. Anche Abba parte volontario. Ma non ha l’esperienza dell’altro, più vecchio di lui di quattro anni e già rotto alle fatiche della guerra.
L’approccio all’avventura, per i due, sarà ben diverso, e diversa la narrazione. Mentre il toscano è parte del ristretto gruppo che vive e opera fianco a fianco di Garibaldi, il ligure è nella truppa, gomito a gomito con giovani sconosciuti che trova nati per essere sì eroi, ma non come il suo dio personale, Garibaldi, che descrive bello, biondo e con gradevole voce. Nella descrizione dei preparativi per la partenza da Genova, nelle “Noterelle”, c’è qualcosa del libro Cuore: il padre che abbraccia il figlio, la madre che non lo trattiene. Entrambi sanno che stanno compiendo una sorta di sacrificio sacrale. Lo stesso autore si sente struggere dalla nostalgia di casa e dal rimorso per la fuga priva di addii. Vede i commilitoni giovani, eleganti, vivaci o languidi e malinconici. Non ha ancora notato i veterani e gli anziani. Vede le eleganti, romantiche divise portate con orgoglio dai militari regolari uniti ai garibaldini. Forse, nel suo animo di giovane, pieno di impulsi poetici e di classicismo, la vecchiaia e la povertà vanno a braccetto.
L’incontro con la miseria siciliana lo sconvolge, tanto che le sue descrizioni di Salemi e dei popolani che incontra, anche lungo l’attraversamento dell’isola, hanno qualcosa di feroce, di grottesco. Forse per questo, riesce a trovare una giustificazione per la strage di Bronte e l’assurda uccisione anche di Nicola Lombardi, che si stava prodigando per placare gli animi esacerbati dei suoi compaesani. E riesce a dare, di Nino Bixio, un ritratto potente, ammirato, non certo grande e bello e sacro come quello del “Generale”, ma di un dio minore, al quale si può perdonare tutto perché voluto dal Fato. Anche le lacrime. Anche l’incagliare una nave (per ben due volte) ha una motivazione strategica.
Non così in Bandi che, lapidario, riassume il commento di Garibaldi alla notizia del secondo disastro, con un asciutto “Di nuovo!”. Le lacrime che Bixio versa davanti alle uccisioni da lui ordinate, sono, per il valbormidese, segno di umana sofferenza. E di grande cuore. Non è così il ritratto che il toscano fa del braccio destro di Garibaldi, che esce dalla sua penna sì come un eroe, una macchina da guerra, ma non come persona da scegliersi come amica. D’altro canto, Abba, dalla sua posizione, non poteva conoscere che la superficie degli scatti d’ira, dei pianti e delle fughe di Bixio, dopo i danni, per tenersi a distanza di sicurezza da Garibaldi.
Altra differenza tra i due testi sono gli incontri con le poche donne di cui si narra. Anche quelle più eroiche, come la contessa Martini e la baronessa di Cosenza, sono brutte e volgari come le popolane affamate che accolgono i Mille lungo il cammino. Si salva, con una fugace nota positiva, Jessie White Mario. Bandi, al contrario, ne crea immagini leggere e vigorose a un tempo, creature scolpite a tutto tondo nella mente e cariche di suggestione e di coraggio.
Abba mantiene una sorta di distacco dalla narrazione, anch’essa realizzata a distanza ventennale dagli eventi, assieme all’aspetto estetico dei paesaggi e di quella sorta di sogno che non lascia mai il racconto; Bandi, con la velocità del linguaggio fa rivivere la storia come in un moderno resoconto giornalistico. I fatti colpiscono, si registrano, si narrano e si procede, senza troppi tormenti interiori. Si deve andare avanti, presto e bene, per realizzare il sogno dell’unità d’Italia e di Garibaldi. Abba non dà grande spazio a Mazzini, ma Bandi sì. Lo incontra, finalmente, lui che l’ha tanto idolatrato, e che ne prova ancora soggezione e rispetto, grande rispetto. Fa anche da tramite tra il Genovese e Garibaldi. Ma Mazzini è il sogno dell’adolescenza. Garibaldi è il contatto con la realtà. È la dimostrazione che il compromesso, talvolta, è necessario per la realizzazione di qualcosa di veramente grande, al di sopra dell’orgoglio del singolo, che deve sacrificarsi in nome del bene universale.
I due diari, uno scandito giorno per giorno, l’altro fluente e interlocutorio, hanno unità nella conclusione. Sia Abba che Banti raccontano, ognuno dalla sua posizione, la fine della storia. L’incontro di Teano con Vittorio Emanuele II, Garibaldi che rifiuta la colazione col sovrano a cui ha appena consegnato un regno, preferendo “pane e cacio” assieme ai suoi fidi, e l’addio silenzioso del generale che se ne va, insalutato ospite: “Il Washintgton fu salutato dalle salve del naviglio da guerra inglese, ancorato nel golfo; ma le navi regie italiane non fecero mostra di accorgersi della partenza dell’uomo che aveva liberato mezza Italia”¹.
L’immagine dell’Eroe, grande e insuperabile per entrambi, in quel momento vince tutte le perplessità e i dubbi. Anche se Abba avrebbe voluto che il suo idolo si riavesse dalla stanchezza e dalla malinconia per dare, con un’ultima sferzata, il colpo mancante per l’unità del paese, magari con una rivoluzione. Accetta però la scelta di solitudine e il ritiro con rispetto e obbedienza. Banti, lascia intravedere le fatiche del “Grande Vecchio”, che lui stesso aveva visto soffrire per l’artrite e aveva più di una volta aiutato a vestirsi. Una informazione fugace in più per dare un’ulteriore scalpellata alla figura umanissima di Garibaldi, modesto e ironico, autorevole e generoso, ottimo stratega, sensibile uomo, che non sapeva rinunciare al caffè e al mezzo sigaro.
(Ferdinanda Fantini)

 

¹ Giuseppe Bandi, I Mille, 2010, Edizioni Polistampa, pag 350

 

Bibliografia:
Giuseppe Bandi, I Mille, 2010, Edizioni Polistampa, Firenze
Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille” , 1980, Arnoldo Mondadori Editore, Milano
AAVV, Tavola rotonda su Da Quarto al Volturno, 2004, Città di Alassio – Città di Ceriale

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