Ricordando Gian Carlo (di Alfredo Bezzi)

Benedetta sia la passione per la fotografia! E benedetto
anche sia il desiderio che sempre ha avuto Gian Carlo di
condividere con altri le sue splendide immagini delle
meraviglie della nostra terra, impreziosite da musiche
raffinate e da eleganti commenti, spesso poetici, forniti
dalla sua appassionata coadiutrice, Ferdinanda. Benedico
queste cose perché è stato proprio grazie a loro che ho avuto
la fortuna di incontrare quest’uomo straordinario, assieme
a sua moglie.
Sono ormai passati non pochi anni, ma ho ancora vivo il
ricordo della prima (per me) proiezione di diapositive
effettuata nel borgo dove abito, perché quelle immagini
avvincenti suscitarono in me una tale viva impressione che
impellente fu subito il desiderio di conoscere più a fondo
l’autore e la sua collaboratrice.
Fu quello solo l’inizio e poi una straordinaria
consonanza su temi che ci univano, come l’amore per la
montagna, suggellò un’amicizia solida che fu forse il dono
tra i più belli di questi ultimi anni della vita mia, peraltro
molto avara su altri versanti dei sentimenti.
Il debito di riconoscenza che ho verso Gian Carlo è
immenso se solo penso all’infinità di cose stupende che mi
ha fatto conoscere e che hanno arricchito la mia esistenza,
rendendola veramente degna di essere vissuta, pur in un
periodo avanzato della vita in cui si teme di non poter
trovare più emozioni, come se queste fossero esclusivamente
un corollario della gioventù.
Ma, proprio grazie a lui, quante volte i miei occhi si sono
aperti su scenari naturali stupendi; quante volte ci siamo
arrampicati su sentieri che, insieme al corpo, sapevano
portare anche l’anima in paradisi terrestri che mi erano
sempre stati sconosciuti; quante volte sono stato condotto ad
ammirare affreschi in piccoli gioielli architettonici, talora
abbandonati dall’incuria del tempo e degli uomini e pur
tuttavia degni di risplendere nella cultura dell’umanità;
quante volte le mie papille gustative hanno goduto di
sapori di cibi o di vini tradizionali, oppure di morbide
torbature di un invecchiato Lagavulin di cui, nel mio
lungo passato, non avevo mai avuto conoscenza. E questo
elenco potrebbe andare avanti ancora …
In queste tristi circostanze salta sempre fuori la frase di
prammatica “Mi mancherai!” e sembra quasi banale
ripeterla, ma mi è difficile sottrarmi alla necessità di
pronunciarla perché il vuoto che mi hai lasciato, Gian
Carlo, è troppo profondo per poter essere, anche in parte,
colmato. Certo, rimangono le tante tue opere, dai libri che
hai scritto, alle splendide foto che hai scattato, a un
qualunque “Libro di Liguria” che hai contribuito a far
conoscere, a rendere vivo il tuo ricordo, ma io temo che
siano solo strumenti per rinnovare il dolore piuttosto che
non far sentire la tua mancanza.
E non sono certo di volere ancora soffrire … Tuttavia
quanti altri testimoni sono lì in agguato per infliggermi
questa sofferenza! Basta l’inizio (perché la fine gli
acciacchi della inesorabile vecchiaia me la precludono) di
un sentiero su cui ci siamo inerpicati; o la visione di una
valle in cui ci siamo inoltrati; o lo svettare di una cima su
cui ci siamo fermati ad ammirare il panorama; o il muro
di una chiesetta contro il quale ci siamo al Sole
addormentati dopo che la tua macchina fotografica aveva
consacrato una cascata di ghiaccio e dopo aver consumato
un frugale, ma saporito, pasto accompagnato da un buon
vino, frutto di liguri vigneti. No, non ci sarà speranza di
eludere il dolore!
Io non credo a una vita ultraterrena, ma, se mi fossi
sbagliato in questa mia pervicace convinzione, allora
vorrei sognare un altro mondo fatto di sole montagne
dalla cima di una delle quali tu mi tendi le braccia per
aiutarmi a compiere gli ultimi passi di questa inesorabile
salita che ho iniziato a percorrere da quando sono nato.
Sarebbe meraviglioso potersi sedere ancora assieme su un
cocuzzolo e, ormai privi di ogni affanno, guardare il
mondo ai nostri piedi.

Sono stato fortunato ad averti incontrato, Gian Carlo!

Alfredo

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